Grazie alle azioni raccolte con l’opa Generali è salita all’84,47% del capitale di Cattolica Assicurazioni. È quanto si legge nei dati diffusi da Borsa Italiana nella giornata conclusiva dell’operazione.
All’offerta del Leone, già titolare di una quota del 23,67% del capitale, ha aderito il 79,66% delle azioni oggetto dell’offerta.
Avendo superato il 66,7%, ora Generali può imporre una fusione con Cattolica e procedere speditamente verso il delisting.
Ultima seduta della settimana di passione per alcuni titoli di Piazza Affari. La Borsa di Milano termina quasi invariata in una giornata che ha visto le Borse europee poco mosse. Oggi il nostro listino è stato fermato da due fattori che hanno impiombato i prezzi. Uno riguarda l’andamento debole delle Borse europee, frenate da alcune notizie poco incoraggianti sull’economia del Vecchio Continente. L’altro fattore, che ha spento le velleità rialziste di Piazza Affari, è stato l’ennesimo crollo di un settore azionario. Nella seduta di oggi una pioggia di vendite sui BTP fa crollare 2 titoli bancari che zavorrano Piazza Affari.
Boom del PIL italiano, mai così bene da decenni
La Borsa di Milano ha terminato la giornata con una perdita frazionale dello 0,05%. Il Ftse Mib (INDEX:FTSEMIB) ha chiuso a 26.875 punti, praticamente sui livelli di chiusura di ieri. Ma la seduta ha avuto un andamento a due facce. Dopo un avvio felice, i prezzi hanno iniziato a calare e a metà giornata hanno sfiorato quota 26.600 punti. Qui si è verificato lo scenario anticipato nell’articolo: “A Piazza Affari alla caccia del record questo titolo senza freni promette nuovi balzi”.
Nel pomeriggio i prezzi hanno ripreso un po’ di vigore, nonostante l’avvio debole di Wall Street e hanno recuperato le perdite della mattinata. Per la Borsa avrebbe potuto essere una grande giornata se non fosse stato per il crollo dei titoli bancari. Oggi l’ISTAT ha certificato che l’Italia sta vivendo un vero boom economico. In Europa siamo tra i Paesi che crescono di più. Nel terzo trimestre il nostro PIL è aumentato del 2,6%. A fine anno la crescita potrebbe essere superiore al 6%.
Una pioggia di vendite sui BTP fa crollare 2 titoli bancari che zavorrano Piazza Affari
Se l’economia italiana va come un treno, in Europa c’è un rischio concreto che l’inflazione in forte rialzo possa rallentare la crescita. I segnali dell’ultimo trimestre vanno in questa direzione. Il tasso d’inflazione annuale nell’Eurozona a fine anno potrebbe attestarsi al 4% e il PIL nel terzo trimestre è salito solamente del 3,7%.
Le Borse europee hanno reagito in modo composto a questi dati. L’indice Euro Stoxx 50 è salito dello 0,4% e anche la Borsa di Parigi ha chiuso con lo stesso risultato. Invece la Borsa tedesca ha perso lo 0,05% e Londra ha ceduto lo 0,1%.
Il rialzo dell’inflazione potrebbe spingere la BCE a intervenire sui tassi d’interesse prima del previsto. Ieri la Banca Centrale Europea ha escluso questa possibilità nel breve periodo, ma gli operatori iniziano a nutrire qualche dubbio. Così oggi una pioggia di vendite sulle obbligazioni governative ha spinto in rialzo lo spread tra BTP e Bund, al massimo da 1 anno. Questo balzo ha fatto affondare Banco BPM e BPER Banca che hanno perduto attorno al 7%.
Il trend dei tassi dei titoli di stato dell’area euro, in particolare dei Btp, continua a sconfessare Christine Lagarde, numero uno della Bce, che anche ieri ha cercato di rassicurare i mercati sulla natura, a suo avviso temporanea, della fiammata dell’inflazione. I rendimenti dei Btp, insieme allo spread Btp-Bund, avevano puntato verso l’alto già nella giornata di ieri, di pari passo con l’euro che, a dispetto dei toni «da colomba» di Christine Lagarde, era salito fino a un soffio da 1,17 dollari. Oggi la moneta unica fa dietrofront, ma i rendimenti decennali dei bond italiani volano ancora, schizzando in una sola seduta di 19 punti base balzando fino all’1,2%, massimo dal luglio del 2020.
Inflazione oltre le attese
Lo spread Btp-Bund si porta oltre 130 punti base al valore più alto dallo scorso novembre. Praticamente, la fiammata dei tassi dei Btp ha azzerato - e anche da un po’ - l’effetto scudo anti-spread di cui si è tanto parlato all’inizio dell’anno, quando si è diffusa la notizia della chiamata del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di Mario Draghi per la formazione di un nuovo governo. La tensione è stata rinfocolata oggi dalla pubblicazione, da parte dell’Eurostat, della lettura preliminare del tasso di inflazione dell’area euro , che si è attestato a ottobre al 4,1% su base annua, in deciso aumento rispetto al 3,4% di settembre e ben oltre le attese degli analisti, che avevano previsto un rialzo al 3,7%. Si tratta del livello di inflazione più alto da luglio 2008.
Obiettivi sforati nel 2022?
Guardando alle singole componenti, l’energia ha evidenziato a ottobre il rincaro più alto su base annua (23,5% contro 17,6% di settembre). Nel caso specifico dell’Italia, sempre a causa del caro energia, l’inflazione è aumentata al 2,9%. Per quanto da tempo Lagarde tenga il punto su un tasso di inflazione che, a suo avviso, rimarrà nel medio termine sotto il target della Bce pari al 2% , i mercati monetari stessi non sono convinti, al punto da prezzare ora due aumenti dei tassi di interesse, in Eurozona, entro il dicembre del 2022. Gli esponenti del Consiglio direttivo della banca centrale hanno parlato del rischio che l’inflazione finisca con il rimanere al di sopra del target della Bce per tutto il 2022. Oggi l’euro ritraccia dai valori al record dal 28 settembre testati nella sessione di ieri, quando era salito sul dollaro fino a 1,1692 dollari. Il rapporto euro-dollaro arretra dello 0,40% a 1,1633.
Le ammissioni di Christine Lagarde
Nella giornata di ieri, dopo l’annuncio della Bce sui tassi e su altri strumenti di politica monetaria, tutti confermati, Lagarde ha ammesso che «l’inflazione impiegherà più tempo a rallentare il passo rispetto a quanto previsto, a causa delle strozzature che stanno colpendo le catene di approviggionamento e della crescita della domanda da parte dei consumatori», allontanando contestualmente per lo stesso motivo e ancora di più la prospettiva di una stagflazione. Ma qualcuno in Eurozona inizia a perdere il sonno mentre qualcun altro potrebbe aver già iniziato a perdere anche le staffe.
Facebook non si chiamerà più Facebook. O meglio. Resta come nome del social network ma non più come nome dall’azienda fondata da Mark Zuckerberg che nel corso negli ultimi anni ha acquisito anche Instagram e WhatsApp. In una conferenza stampa molto attesa Zuckerberg ha rivelato che da adesso la sua società si chiamerà Meta e si dedicherà alla costruzione del metaverso, una dimensione virtuale che dovrebbe cambiare il modo in cui ci muoviamo sul web. Certo, in molti hanno fatto notare che l’annuncio è arrivato in uno degli anni peggiori per la reputazione di Facebook, tra rivelazioni di ex manager e documenti privati pubblicati. Eppure il metaverso è uno di cui concetti legati al mondo della tecnologia destinato a tornare anche nei prossimi anni. Se non altro perché nelle scorse settimane Facebook, o meglio Meta, ha annunciato che nei prossimi cinque anni punta a creare 10 mila posti di lavoro su tutto il territorio europeo per dedicarsi a questo progetto.
L’origine è fantascientifica, il progetto è ambizioso. Sembra di essere tornati al 2002, l’anno in cui Elon Musk decise di aprire un’agenzia spaziale quando gli unici nomi che lavoravano in questo settore erano agenzie pubbliche che potevano contare su investimenti statali a fondo perduto. Il concetto di metaverso è stato introdotto per la prima volta in Snow Crash, romanzo di fantascienza scritto da Neal Stephenson nel 1992. Qui, in un mondo caotico dove il potere delle aziende ha superato quello degli Stati, gli abitanti del pianeta si muovono nel metaverso, una realtà parallela in cui si ha un avatar. Per chi non ha letto Snow Crash, gli esempi nella fantascienza non mancano: il mondo immaginato da Zuckerberg è lo stesso di Ready Player One, è l’ambiente in cui si gioca la maggior parte della storia di Assassin’s Creed e volendo allargare il campo è anche il mondo virtuale in cui vengono chiuse le persone che vivono in Matrix.
I modelli che già esistono, a partire da Second Life
YOUTUBE | Il concerto degli U2 su Second Life
Meta non è la prima azienda a sognare un mondo virtuale. Il caso più vicino è quello di Second Life, un videogioco lanciato nel 2003 che permette di entrare in un mondo virtuale in cui incontrare altri giocatori. Nel 2013 gli utenti regolari erano circa un milione. Con il tempo sono diminuiti ma la piattaforma è rimasta presidiata da un gruppo di fedelissimi. In tutti questi anni su Second Life si è sviluppata una società parallela con tanto di moneta virtuale, i Linden Dollar. Nel corso della sua storia il videogioco ha ospitato anche diverse ingerenze dal mondo reale: nel 2007 Irene Grandi ci ha girato il videoclip di Bruci la città, lo stesso anno Antonio Di Pietro ha organizzato un comizio, nel 2008 gli U2 ci hanno fatto un concerto. E non solo, una confraternità di Gesuiti ha provato ad aprire una chiesa dove diffondere il messaggio evangelico e l’Università di Harvard ha deciso di fondare una sede per sperimentare la didattica virtuale.
La tecnologia e i sensori necessari per il metaverso
FACEBOOK | Oculus Quest 2
Esattamente come Second Life, ci sono decine di titoli che nel corso degli anni hanno provato a creare open world virtuali più o meno riusciti. Quelli che stanno funzionando meglio sono l’eterno Minecraft, il cinese Roblox (ora ha 3 miliardi di utenti) e Fortnite (sempre legato alla modalità Battle Royale ma in espansione sul resto). Cosa avrebbe di diverso il metaverso del terzo uomo più ricco del mondo? Quello che Menlo Park vuole cambiare è il modo in cui si vive in questi mondi: non più attraverso uno schermo ma in un modo più immersivo che permette agli utenti di calarsi completamente verso queste nuove realtà fatte di pixel e codice.
Nel marzo del 2014, l’allora Facebook aveva acquistato per 2 miliardi di dollari (di cui 400 milioni in contanti) Oculus, una società specializzata in visori per la realtà virtuale. Nella nota pubblicata dopo l’acquisto era già chiara la direzione che avrebbe preso la compagnia: «Facebook punta ad ampliare gli attuali vantaggi di Oculus nei giochi a nuove aree, incluse la comunicazione, i media, l’intrattenimento. Il mobile è la piattaforma di oggi e ora ci stiamo anche preparando alle piattaforme di domani». Oculus è entrato così a far parte di Facebook Technologies, la branca di Meta che si occupa dello sviluppo hardware. Negli ultimi anni ha continuato a sfornare visori per la realtà virtuale ma nessuno di questi ha mai attratto il pubblico mainstream.
Il grande sogno di Zuckerberg al momento si blocca davanti a questa barriera tecnologica: non esiste ancora un modo efficace ed economico per vivere nella realtà virtuale. I videogiochi dedicati a questo tipo di ambiente non hanno mai sfondato e molti visori causano ancora sensazioni di nausea dopo una manciata di minuti di utilizzo. Guardando i dati, l’industria della realtà virtuale si espande ma non esplode: secondo una ricerca di Grand View Research al momento tutta la torta vale 15,81 miliardi di dollari e la previsione è quella di una crescita annuale del 18% fino al 2028. In tutto questo il 60% dell’industria è occupato dalla vendita dei device, il resto da tutti i software e i servizi collegati.
Gli Nft nel metaverso, ovvero come monetizzare il virtuale
CRYPTOKITTIES | Dragon, il gatto da due milioni di dollari
In un’intervista rilasciata a Alex Health di The Verge, Zuckerberg ha spiegato che gli Nft potrebbero entrare nel metaverso ma non ha specificato in che misura potrebbero esserne protagonisti: «Ora non ho niente da annunciare a riguardo. Penso che gli Nft avranno un ruolo piuttosto importante, sia nel mondo in cui ora li intendiamo che in altri». Gli Nft sembrano il prossimo campo di investimento (o speculazione) del mondo digitale: sono dei protocolli che servono a certificare l’unicità di un oggetto virtuale. Per capire come funzionano, qualche mese fa abbiamo venduto un nostro articolo.
Attualmente vengono usati per certificare opere d’arte digitali, immagini e video dell’Nba e si sono dimostrati ottimi anche per nei videogiochi. In CryptoKitties il gattino Dragon è attualmente in vendita per 600 Ethereum, circa 2.258.223 euro. Ma è nei prossimi mesi che arriveranno giochi sempre più legati a questa tecnologia: nel 2022 è in arrivo Big Time, un videogiocoopen world in cui i giocatori potranno trovare, e soprattutto acquistare, oggetti unici certificati da questa tecnologia. Se quindi gli Nft sono destinati a entrare nel metaverso non sarà difficile immaginare che saranno il punto di inizio per aprire a un mercato di compra-vendita di oggetti virtuali.
Foto di copertina: Elaborazione grafica di Vincenzo Monaco
Il futuro è oggi. Il Ceo di FacebookMark Zuckerberg ha ufficializzato il cambio di nome della popolare piattaforma social che da oggi si chiamerà Meta. “Siamo all’inizio del prossimo capitolo di internet e del prossimo capitolo della nostra società”, ha aggiunto spiegando che “Facebook è uno dei prodotti più usati nella storia. È un marchio icona fra i social media ma sempre di più non include tutto quello che facciamo. Voglio ancorare il nostro lavoro e la nostra identità a quello che costruiamo andando avanti”.
Il nome oltre a cercare di cancellare i problemi con le varie agenzie regolatrici e far dimenticare le polemiche sulle rivelazioni dei Facebook Papers, mostra la volontà dell’azienda di guardare al metaverso. Con lo stesso Zuckerberg che annuncia solo nel finale la rivoluzione: “C’è un’altra cosa di cui voglio parlare con voi oggi”, ha detto dopo aver parlato per oltre un’ora. E ha presentando Meta, “nome che deriva dal greco e che significa dopo, al di là“.
La nuova realtà di Facebook include Instagram, Messenger, Quest VR, la piattaforma Horizon VR e molto altro: “Siamo visti come un social media ma nel nostro dna siamo una società che costruisce tecnologia per connettere le persone. Mi auguro che nel tempo saremo visti come una società di metaverso”, ha messo in evidenza Zuckerberg, prevedendo che proprio il metaverso raggiungerà un miliardo di persone nel prossimo decennio. Sarà un posto dove la gente potrà interagire, lavorare e creare prodotti e contenuti in un nuovo ecosistema che potrebbe creare milioni di posti di lavoro per i creatori.
“Siamo all’inizio del prossimo capitolo di internet e del prossimo capitolo della nostra società”, ha aggiunto Zuckerberg, spiegando che “Facebook è uno dei prodotti più usati nella storia. È un marchio icona fra i social media ma sempre di più non include tutto quello che facciamo. Voglio ancorare il nostro lavoro e la nostra identità a quello che costruiamo andando avanti”.
La decisione era stata anticipata la settimana scorsa dal sito di tecnologia The Verge, secondo cui il nuovo nome avrebbe riflettuto “l’attenzione della società sulla costruzione del metaverso”: parlando in videoconferenza, Zuckerberg ha detto che il nome attuale “non può più rappresentare tutto quello che stiamo facendo oggi, tantomeno quello che faremo in futuro” e ha aggiunto di voler “ancorare il lavoro e l’identità (dell’azienda ndr.) a quello che sta costruendo”.
Quello che cambia è soltanto il nome della società che controlla le piattaforme, mentre il social network continuerà a chiamarsi Facebook. Nella videoconferenza è stato anche presentato il logo di Meta: è azzurro come quello di Facebook e ricorda il simbolo dell’infinito.
La decisione di Facebook è arrivata a pochi giorni di distanza dalla diffusione di numerosi documenti interni forniti a vari giornali americani dalla whistleblower ed ex dipendente dell’azienda Frances Haugen. I documenti, chiamati ‘Facebook Papers’, amplificano e raccontano nel dettaglio i fallimenti della dirigenza di Facebook nel contenere la disinformazione e l’incitamento all’odio e alla violenza sulla piattaforma, a volte per carenza di mezzi tecnici, e a volte per non danneggiare i profitti che derivano dall’attività delle persone su Facebook.
Le banche centrali sono già impegnate nelle grandi manovre, ma non la Bce. L'Eurotower appare imbrigliata nel suo lessico familiare, un po' consunto dall'uso e da quanto sta accadendo in giro per il mondo. Le parole pronunciate ieri da Christine Lagarde al termine del direttivo che, come previsto, ha lasciato le bocce ferme, ricalcano infatti quanto già sentito in altre occasioni. E dunque, sì, l'inflazione sale a causa dei rincari energetici, della ripresa della domanda post-pandemica, dell'Iva in Germania, «ma l'influenza di questi tre fattori si allenterà nel 2022». Punto secondo, l'economia dell'eurozona «continua a crescere con forza», pur se i colli di bottiglia nell'offerta agiscono da freno. Punto terzo, i mercati possono anche scommettere su un rialzo dei tassi entro un anno, ma queste attese «non sono in linea con i nostri criteri» che stabiliscono le condizioni per una stretta. A tutto ciò va sommato l'ennesima sottolineatura che il Pepp, il piano di acquisto titoli da 1.850 miliardi di euro, arriverà al capolinea non prima della fine di marzo 2022.
Ai piani alti di Francoforte tutto appare insomma cristallizzato. E questo immobilismo assomiglia, paradossalmente, a un movimento in direzione contraria rispetto agli altri custodi dei templi monetari. Se la Federal Reserve ha già squadernato il suo tapering e la Bank of Canada ha annunciato sia la chiusura anticipata del quantatitive easing sia un giro di vite al costo del denaro fra aprile e maggio dell'anno prossimo, proprio ieri la banca centrale australiana si è astenuta dall'acquistare bond biennali, facendone subito raddoppiare i rendimenti. Insomma, c'è una presa di coscienza che la fiammata inflazionistica non sarà temporanea e che, anche quando l'offerta si sarà riallineata alla domanda, i rincari non verranno riassorbiti.
La situazione di Eurolandia non è diversa rispetto a quella di altri Paesi. Il carovita è salito in settembre al 3,4%, ma in Spagna i prezzi sono già schizzati in ottobre al 5,5%, un livello che non si vedeva da quasi trent'anni. Anche se rifiuta ciò che ormai pare un'evidenza, ossia la non transitorietà del fenomeno, il tempo non è dalla parte della Bce. A dicembre sarà inevitabile annunciare come sarà articolato il prosciugamento del Pepp, i cui acquisti dovranno azzerarsi in quattro mesi. La cautela con cui Francoforte tratta il restringimento degli aiuti ha un motivo: evitare tensioni sui titoli sovrani, che tuttavia già si vedono nello spread Btp-Bund, salito ieri fino a sfiorare i 120 punti. È un primo campanello d'allarme. Da non sottovalutare.