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Friday, October 1, 2021

I costi energetici spingono l’inflazione della zona euro che in settembre sale al 3,4% - Il Fatto Quotidiano

Continua a salire l’inflazione nella zona euro. Secondo la stima flash di Eurostat il tasso è salito in settembre al 3,4%, in aumento rispetto al 3% di agosto, toccando il livello più elevato da 13 anni. A spingere i prezzi, di nuovo, è soprattutto l’energia che segna un rincaro del 17,4% rispetto a settembre 2020. Seguono i beni industriali (+2,1%), alimentari, alcolici e tabacco (2,1%) e servizi (1,7%).

I livelli di inflazione più elevati si registrano in Estonia (6,4%) e Lituania (6,3). In Germania il tasso sale al 4,1% (dal 3,4% di agosto) raggiungendo un valore che non si vedeva da 29 anni. In Francia aumenta al 2,7% (dal 2,4%). Forte balzo in Spagna dove il carovita sale dal 3 al 4%. Madrid è alle prese con un rincaro delle bollette di luce e gas ancora più marcato che nel nostro paese. In Italia l’indice dei prezzi al consumo passa dal 2,5 al 3%.

“I prezzi dell’energia portano l’inflazione sopra il 3% a settembre nell’eurozona. Un incremento temporaneo da tenere sotto osservazione”, scrive su Twitter il commissario europeo Paolo Gentiloni.

Intanto dal mercato delle fonti energetiche continuano ad arrivare segnali di forti pressioni al rialzo sui prezzi. Questa mattina i futures sul gas sono saliti a un record di 100 euro per megawatt-ora, per poi arretrare del 3,1% a 94,7 euro ad Amsterdam dove continuano a oscillare. A mettere in tensione i futures sul gas hanno contribuito i timori legati al fatto che la Cina ha ordinato alle compagnie energetiche statali di assicurarsi le forniture per questo inverno a tutti i costi. A contribuire ai rincari del gas ci sono anche le difficoltà della Gran Bretagna. Il paese, che ha puntato molto sull’energia eolica, è uno sei più esposti alle carenze di gas. Il combustibile fossile è infatti utilizzato per fronteggiare i “buchi” produttivi causati dall’intermittenza del vento, insolitamente marcata in questo periodo. Problemi si registrano anche in Germania dove un’importante centrale elettrica, rimasta senza carbone, è stata costretta a interrompere l’attività.

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Attenzione ad Unicredit: ecco cosa potrebbe accadere - Social Periodico

Il tema attorno alla sorte di Unicredit è sempre da molto “caldo” e seguito sia dagli esperti di finanza che dai semplici risparmiatori, perchè non si tratta di una “semplice” banca ma rappresenta uno dei maggiori e più influenti istituti bancari del vecchio continente e uno dei principali del nostro paese. Da diversi mesi si parla infatti di una fusione con Monte dei Paschi di Siena, un altro istituto storico italiano che ha dovuto fronteggiare numerose problematiche.


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La situazione Unicredit

Unicredit gode di una grande influenza e considerazione fin dalla sua creazione, avvenuta a fine anni 90, visto che si tratta di uno dei primi esempi di istituto bancario “moderno”, essendo una società quotata in borsa fin dal principio che dai primi anni 2000 ha già “inglobato” diverse banche in altrettante fusioni ma che a seguito della crisi economica del 2008 ha dovuto fronteggiare diverse situazioni molto complesse, con continui cambi al vertice e aumenti di capitale, eventi che hanno contribuito a mandare in crisi i piccoli risparmiatori e gli investitori che avevano deciso di investire sulla S.p.A. di Unicredit. Come accaduto per MPS, anche Unicredit ha necessitato l’impegno da parte del governo italiano.

Unicredit prelievo

Cosa potrebbe accadere?

E’ quasi impossibile una nuova profonda crisi come quelle che hanno colpito gran parte delle banche, ed ancora più improbabile un vero e proprio fallimento, anzi il futuro di Unicredit sembra positivo visto che la trattativa per la fusione con MPS. Il sole 24 ore ad esempio ha addirittura annunciato un accordo solo da ufficializzare, probabilmente l’esito della trattativa sarà annunciato poco dopo che UniCredit avrà approvato i conti del terzo trimestre, ossia il 27 ottobre 2021. Questi segnali hanno ridato fiducia anche al titolo in borsa che recentemente ha visto salire il proprio valore oltre l’11 % rispetto a pochi giorni fa, arrivando a toccare quotazioni che mancavano da oltre un anno, ossia dal periodo appena precedente alla pandemia.

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La Cassazione dice che bisogna pagare le tasse sulle mance - Il Post

Anatomia di un disastro: così è affondato il Monte dei Paschi - ilGiornale.it

Non si può pensare a Siena senza pensare al Monte. Tanto che a lungo nella città si diceva che la popolazione si divideva in tre parti: coloro che lavoravano a Monte dei Paschi di Siena, coloro che vi avevano lavorato e coloro che vi avrebbero voluto lavorare. Mps è stata per secoli il polmone finanziario della città, un'istituzione antica che richiama il suo nome dagli antichi pascoli (paschi) del contado senese, la banca più longeva del mondo e, nel secondo dopoguerra, un istituto stabilmente tra i dieci più grandi d'Italia per attivo e operazioni nonostante la sua distanza dai grandi centri della finanza istituzionale.

Il primo ventennio del XXI secolo ha segnato però un graduale tracollo di Mps. E il motivo può essere sostanzialmente ricondotto a una duplice problematica: da un lato, la scelta di separare i destini del Monte e quelli della città di Siena, svincolando la banca dal suo necessario riferimento territoriale; dall'altro, la scelta di imbastire una serie di operazioni problematiche e opache che hanno sconvolto i conti e travolto la credibilità di Mps.

Sul primo fronte, è bene sottolineare che dalla nascita del Monte nel 1472, alla storica decisione di quotarsi in borsa a Milano nel 1999 la storia della città e della banca hanno proceduto assieme in forma armonica. Lo sbarco di Mps a Piazza Affari, lungi dal ridurre questo rapporto di mutua dipendenza, l'ha semmai perverso e reso sempre più innaturale.

Sul secondo, invece, non possono non essere taciute le responsabilità di un management ben poco preparato a gestire la fase di crisi acuta del mondo finanziario che i primi Anni Duemila avrebbero prodotto e di un sistema di potere organico al centrosinistra locale e nazionale che ha agito in maniera accomodante con le ardite espansioni di un gruppo che nelle intenzioni dei suoi referenti politici doveva diventare la banca per eccellenza del mondo progressista nazionale. Un polo, potremmo dire, solidamente "organico" capace di rivaleggiare con attori come Unicredit e Intesa.

Anello di congiunzione tra queste tematiche il problematico affare Antonveneta. La madre di tutte le battaglie e di tutte le disfatte che hanno contraddistinto Mps nell'ultimo ventennio. Il Monte aveva, nei primi Anni Duemila, promosso un'operazione finanziaria e di soft power di graduale ampliamento della sua esposizione in termini concreti e di visibilità, di cui al grande pubblico arrivarono in particolar modo le operazioni sportive a sostegno della squadra calcistica del Siena e del Mens Sana Bakset. Ma tutta la questione della crescita della visibilità della banca andava nella direzione della legittimazione dell'azione di espansione nazionale. Sotto accusa, vedendo la vicenda col senno di poi, la hybris della governance guidata dall'ad Giuseppe Mussari che a inizio Anni Duemila volle fare il passo più lungo della gamba cercando di portare Mps, allora quarto gruppo bancario italiano, a rilevare Antonveneta per 9 miliardi di euro dall'istituto spagnolo Banco de Santander.

Nel 2007 l'operazione andò in porto con l'appoggio del governo di centrosinistra guidato da Romano Prodi. Il nuovo acquisto venne definito "l’affare dell’anno dai leader economici e politici italiani", sottolinea La Gazzetta di Siena. "In effetti lo fu ma per Botin, il patron del Banco Santander che era riuscito a cedere una banca a dir poco malandata”. Il danno per Mps iniziò lì, assiema alla spirale discendente che sarebbe stata accelerata dalla Grande Recessione. Travolsero Mps la tempesta dei debiti sovrani del 2010-2011, la crisi giudiziaria e i torbidi del 2012-2013, lo scoppio della bolla dei crediti deteriorati, la destabilizzazione del tessuto bancario del Centro Italia tra il 2015 e il 2017 che diede il colpo di grazia al Monte. Il fatto che gli unici manager che, chiamati ai vertici, abbiano provato a invertire la corrente siano stati Domenico Viola e Alessandro Profumo e abbiano ricevuto come "premio" processi e condanne per colpe non loro segnala la difficoltà in cui si è dibattuta da allora la banca più antica d'Italia. Messa all'angolo dal peccato originale dell'operazione Antonveneta. Spinta ai margini dalla mancanza di realismo di manager e dirigenti che hanno mandato a terra una banca, una città, un sistema intero prima del terremoto che ha sconvolto le banche toscane. E tuttora Siena e il Monte sono legate, loro malgrado, da un dualismo inevitabile: la città non ritroverà serenità e sviluppo finché la banca non tornerà a una situazione di reale stabilità.

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Fattura elettronica, così l’evasione Iva è crollata sotto il 20%. Come funziona - Corriere della Sera

Evasione Iva, quarti in Europa

Anche se in Europa siamo sempre il quarto Paese con l’evasione Iva più alta dopo Romania, Grecia e Lituania, il tax gap dell’imposta sul valore aggiunto (che con una media di 34,9 miliardi all’anno è l’imposta più evasa, seguita dall’Irpef da lavoro autonomo e impresa, che ammonta a circa 29,1 miliardi all’anno) si sta riducendo. E questo per merito anche della fatturazione elettronica. I dati e l’analisi sono riportati in un documento allegato alla Nadef 2021 pubblicata dal governo il 29 settembre: la Relazione sull’economia non osservata e l’evasione fiscale e contributiva. La fatturazione elettronica è stata introdotta per alcuni settori a partire dal primo luglio 2018 e poi, in forma generalizzata, dal primo gennaio 2019. La propensione al gap (divario) nell’imposta per il 2019 risulta essere del 19,9 per cento, un valore che per la prima volta in cinque anni scende sotto la soglia del 20 per cento e si confronta con il 27,4% del 2014. Tanto che per il 2019 in base al documento il governo si attende un tax gap dell’Iva sotto i 30 miliardi a 26.999 milioni di euro.

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La popolare di Bari affossa i conti del Mediocredito centrale che archivia un rosso da quasi 50 milioni di… - Il Fatto Quotidiano

La Popolare di Bari affossa i conti di Mediocredito Centrale (Mcc), società guidata da Bernardo Mattarella, che fa capo al ministero del Tesoro attraverso Invitalia e a cui è stata affidata la banca pugliese sull’orlo della bancarotta. Il bilancio di Mcc relativo ai primi 6 mesi del 2021 si è chiuso con una perdita di 48 milioni di euro, a fronte dei 16 milioni di utile con cui si era chiuso lo stesso periodo del 2020. La Popolare di Bari, di cui Mcc controlla il 97%, ha archiviato la prima metà dell’anno con un rosso di 101 milioni. La perdita è stata parzialmente compensata con le altre attività del Mediocredito che ha come missione primaria il finanziamento delle attività produttive nel mezzogiorno.

Il gruppo ha inoltre iscritto nel semestre rettifiche di valore nette per rischio di credito pari a 63 milioni, “volte a garantire livelli di copertura del portafoglio creditizio più che in linea con i peers di settore”. In sostanza la società ha preso atto del reale valore dei finanziamenti di difficile esigibilità che ha erogato. Le spese amministrative sono pari a 211 milioni, di cui 149 milioni relativi al costo del lavoro, inclusivo dell’ accantonamento una tantum stanziato da Banca Popolare di Bari, per circa 53 milioni, a fronte dell’adesione al Piano di incentivazione all’esodo”.

La popolare di Bari, in attesa di capire l’esito dell’operazione Mps con Unicredit, dalla quale dovrebbe rilevare la rete di sportelli al Sud, riunirà l’assemblea il prossimo 28 ottobre per ripianare le perdite giunte, dopo il passivo di 1,4 miliardi della gestione commissariale i 13 milioni del mini esercizio a cavallo fra le due, a oltre un terzo del capitale sociale. Il consiglio proporrà l’utilizzo delle riserve disponibili di patrimonio netto e, per l’importo residuo, riduzione del capitale sociale. Le quote dei soci resteranno immutate.

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Thursday, September 30, 2021

Quali entrate riducono l'importo spettante del reddito di cittadinanza - InvestireOggi.it

Quali entrate riducono l'importo spettante del reddito di cittadinanza

Vediamo quali entrate riducono l’importo spettante del reddito di cittadinanza. Visto che sono tanti i fattori che possono incidere sulla somma erogata e caricata, mese dopo mese, sulla carta del reddito di cittadinanza.

Prima di tutto, su quali entrate riducono l’importo spettante del reddito di cittadinanza, c’è da dire che il sussidio si compone di due quote. Una quota che è di sostegno al reddito, ed un’altra quota che è accessibile, e quindi aggiunta, solo se la famiglia vive in affitto. Oppure se sta pagando sulla prima casa di proprietà un mutuo.

Quindi, su quali entrate riducono l’importo spettante del reddito di cittadinanza, le famiglie a parità di tutti gli altri requisiti prendono un sussidio più alto con un mutuo da pagare. Oppure se pagano un canone di locazione.

Quali entrate riducono l’importo spettante del reddito di cittadinanza?

Per quel che riguarda invece la quota di sostegno al reddito, l’importo del sussidio tende ad abbassarsi in maniera inversamente proporzionale al numero dei componenti del nucleo familiare. In quanto la quota di sostegno al reddito viene calcolata e riconosciuta in base alla scala di equivalenza.

Inoltre, su quali entrate riducono l’importo spettante del reddito di cittadinanza, più alto è l’ISEE, minore sarà l’importo del reddito di cittadinanza riconosciuto. Fermo restando che attualmente il reddito di cittadinanza è off-limits se l’ISEE supera la soglia dei 9.360 euro annui.

Quali sono gli importi massimi spettanti per il reddito di cittadinanza

Per la quota relativa agli immobili, il contributo rata del mutuo per il reddito di cittadinanza arriva ad un massimo di 1.800 euro annui per le famiglie con un finanziamento ipotecario da onorare.

Mentre si sale ad un massimo di 3.360 euro annui per le famiglie che vivono in affitto.

La quota di integrazione reddituale, invece, può variare da un minimo di 6.000 euro ad un massimo di 13.200 euro annui. Si tratta di un’ampia variabilità in quanto il calcolo, come sopra detto, non tiene conto solo su quali entrate riducono l’importo spettante del reddito di cittadinanza.

Ma anche sul numero dei componenti del nucleo familiare. Facendo distinzione tra adulti e minori. Ed anche facendo attenzione all’eventuale presenza, nel nucleo familiare, di persone in condizioni di disabilità grave o non autosufficienti.

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